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Curiosità riminesi

 

Le streghe
Che a Rimini ci fossero le streghe lo diceva anche Orazio: un quartetto di fattucchiere intorno all'ormai classico pentolone dei sortilegi avrebbero ucciso un bimbo dopo atroci torture. Fra queste donne Orazio cita 'la riminese Foglia / dalla maschil lussuria' forse alludendo alle tendenze saffiche della nostra strega. Ma la strega Foglia è un personaggio più mitico che reale, anche se nell'Ottocento Domenico Missiroli di Faenza, mediocre poeta sepolcrale, canta le gesta di questa strega ambientando la vicenda presso il "fiume Isauro, oggigiorno detto Foglia", fra Rimini e Pesaro.
StregaStoricamente attestata invece è l'esistenza dell'altra strega di Rimini, detta 'la Vaccarina'. Costei era una vecchia di povera condizione della quale tale Matteo Angelini, barbiere, in data 15 aprile 1587 scrive: "La Vaccarina, vecchia, fu abbrugiata per strega". La testimonianza è alquanto stringata: forse, all'epoca della caccia alle streghe, le vecchie arse al rogo non rappresentavano un fatto degno di nota. Specie se, come a Rimini in quei mesi, la popolazione era stremata dalle carestie e dalle epidemie e cercava un capro espiatorio da incolpare per le proprie sofferenze. Certo è che il sacrificio della Vaccarina non dev'essere rimasto nel cuore dei suoi concittadini, se la sua memoria è affidata solo a questa misera annotazione...

Il tesoro scomparso dei Templari
Sappiamo che Rimini fu in passato una città molto ricca, porto commerciale estremamente attivo e snodo di vie di comunicazione molto importanti. E nel Duecento Rimini ospitava anche una delle sedi dell'ordine dei Templari. Com'è noto, i Fratelli facevano voto di povertà e tesaurizzavano le rendite dei loro immensi possedimenti fino all'ultimo soldo. Nella sola Francia i possedimenti dell'ordine dei Templari in un anno fruttavano all'epoca qualcosa come un migliaio di milioni di euro attuali.
I Templari di Rimini avevano la loro sede presso la Chiesa di San Michele al Foro, che fu distrutta nel 1307 quando Filippo il Bello, con una repentina azione militare, distrusse il Tempio e confiscò parte delle proprietà dei Fratelli; parte fu incamerata dalla Chiesa: ma il grosso del denaro e dei gioielli non fu mai ritrovato e da allora ci si chiede dove possa essere finito. Per chi volesse avventurarsi alla ricerca del tesoro scomparso, ammesso che sia mai esistito, della Chiesa di San Michele al Foro esiste ancor oggi l'abside, presso la via omonima. Oppure si potrebbe provare a Gambettola, dove sorgeva l'ospedale di Budrio, che era proprietà dei Templari. Oppure in qualche grotta scavata nel tufo rosso di Covignano, chi lo sa!

Le antiche osterie
OsteriaRimini fu già dal '200 una città molto attiva dal punto di vista commerciale e crocevia delle principali strade: naturale è che Rimini abbia sviluppato già dai tempi antichi una 'rete alberghiera' piuttosto estesa e comunque in grado di soddisfare le diverse esigenze di quanti vi arrivavano, sia essi mercanti, pellegrini o soldati. Le antenate degli alberghi e delle pensioni sono le osterie che prendevano il nome dalle insegne che esponevano: due spade, un leone, un'aquila. Variava anche il tipo di servizio naturalmente, a seconda di quanto si volesse spendere per il pernottamento e la cena. La migliore era senz'altro l'osteria della Rota, nell'attuale Piazza Cavour, per i viaggiatori nobili ed esigenti. Nella stessa piazza si trovavano anche l'osteria del Lion d'Oro e l'osteria della Fontana. In piazza Malatesta si trovavano l'osteria del Grillino e quella di Federico Federici, osterie leggermente più modeste rispetto alle precedenti. Anche fuori dalle mura cittadine c'erano numerose osterie, per chi non aveva tempo da perdere e voleva ripartire subito, per coloro che non avevano molto denaro da spendere o per chi magari non aveva le carte in regola per entrare in città: è il caso delle osterie che si trovavano nell'attuale via XX Settembre o quelle nella zona del porto.
Molte erano le persone che trovavano la morte nelle osterie: i locandieri dal canto loro non facevano difficoltà ad accettare viandanti malati, anche gravemente, specie perchè in caso di trapasso, i beni che avevano con sé finivano nelle loro tasche.